HERE di Robert Zemeckis

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Curiosità ed innovazione per Robert Zemeckis sono un marchio di fabbrica, la garanzia di un cinema costruito sullo stupore, una risata che ci coglie di sorpresa, pieno della voglia di guardare oltre il consentito, di immaginare linee inedite di racconto dentro un contesto plausibile ma spesso fantastico, soggetto alla mutazione ed al cambiamento in uno stato transitorio che segna ogni volta un passaggio di consegne, un'ibridazione, una contaminazione. Uno dei suoi meriti maggiori è il talento nel trovare tra le linee di rapporto dei momenti, delle date speciali, in cui le distanze si assottigliano e si aprono dei portali, quei punti dove l'impossibile si trasforma in un varco da attraversare, come avviene a Marty McFly nella saga di Ritorno al futuro che salta indietro nel tempo, una delle principali ossessioni del regista statunitense. L'altro suo grande interesse è verso al tecnologia applicata ai metodi ed ai dispositivi di rappresentazione, e gli esempi si moltiplicano, dall'indimenticabile Chi ha incastrato Roger Rabbit? che lascia aderire in un unico quadro live action ed animazione, al più recente Allied – Un’ombra nascosta, un thriller dove venivano esplorate le potenzialità del VFX. Here continua sul medesimo campo d’indagine progressivo e stabilisce un contatto con la più attuale e controversa innovazione del contemporaneo, ovvero l’Artificial intelligence, usata sia in tempo reale che in postproduzione, principalmente per le tecniche di trasformazione facciale, ottenute creando un archivio di immagini per  sintetizzare una cosmetica in grado di invecchiare o ringiovanire gli attori protagonisti Tom Hanks e Robin Wright a piacimento. 

L’idea del film prende luce da un fumetto omonimo di Richard McGuire del 1989, una straordinaria storia breve di appena sei tavole black and white pubblicata sulla rivista Raw di Art Spiegelman (autore del capolavoro della comic art Maus), poi diventata nel 2014 una graphic novel di oltre 300 pagine, che lascia percepire lo scorrere del tempo inquadrando lo stesso angolo di una casa durante gli anni. Un concetto basilare modulato per il cinema in uno  punto d’osservazione statico, impegnato a catturare cosa avviene in un unico luogo fisico dopo l’esplosione primordiale. Da un orizzonte dominato dalle scorie galattiche alle prime selvagge forme di vita sulla terra, fino alla nascita di una nazione, gettando anche qui le fondamenta di una casa (su un’area non casualmente di proprietà di William Franklin, figlio di Benjamin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti e tra i firmatari della Dichiarazione d’indipendenza dall’impero britannico), con le ceneri del passato a concimare un terreno fertile per il futuro. Circoscritto all’interno delle pareti, l’ambiente libero diventa una proprietà privata, perde le generalità dell’anonimato e segue il destino di una famiglia dagli anni quaranta fino ai giorni nostri, valicando le generazioni nei momenti topici di una quotidianità in un ininterrotto flusso di situazioni, matrimoni, battesimi e divorzi, per raffigurare i passaggi epocali ed arrivare a toccare il presente segnato dalla pandemia. L’apporto scenografico e di arredamento di una sola camera a disposizione in questa evoluzione dei tratti evolutivi di uno spazio è cruciale. L’ordine dei mobili e degli oggetti di scena modifica il contesto e lo stato emotivo, sottolinea l’eccitazione degli inizi, per scivolare dal principio alla scomparsa con dei movimenti che abbracciano l’ascesa ed il declino, la pulizia dei giorni felici, il disordine associato alle crisi, il caos delle feste. Un lavoro titanico e molto complicato che rende imprescindibile l’attenzione al dettaglio ed alle proporzioni per influenzare ed indirizzare gli umori della narrazione non lineare, mentre l’aggiunta e la sottrazione degli elementi segnano altrettanti punti di svolta. Senza dimenticare l’enorme arco cronologico del film che comporta un continuo riposizionamento dell’arredamento per restituire uno stile conforme ai tempi. Il lavoro di Zemeckis riesce ogni volta a risultare radicale e nello stesso tempo ad avere la solidità di qualcosa di rassicurante. Questo film rappresenta una sintesi concettuale della sua opera, orientata ad una infinita riconfigurazione di una realtà inesauribile all’istante ma che deriva da un’attività di scavo, da un’emancipazione dalle certezze e da un interesse per le novità che non dimentica mai le origini ed il bisogno di sognare ad occhi aperti.

articolo di Antonio D'Onofrio